[ESCLUSIVO] Recensione Tamron 18-270mm F3,5/6,3 VC PZD, 2a Parte
Panorama Città di Pescina (Aq),Reg. Abruzzo
Fotografia pubblicata sul trimestrale Tesori d’Abruzzo Ottobre-Dicembre
Otto scatti consecutivi, obiettivo Tamron 18-270mm F3,5/6,3 VC PZD
Tamron AF 18-270mm F3,5/6,3 Di II VC PZD – qui la 1a Parte
Col passaggio alla stagione autunnale, l’Abruzzo offre panorami e momenti di luce stupendi. Approfittando dello scenario naturale, col 18-270 ci sono andato un po’ in giro, apprezzandone le caratteristiche generali di maneggevolezza e versatilità. Anch’io sono tra coloro che preferiscono una “presa diretta” ai freddi test di laboratorio ma se le due cose si mischiano senza cedere alla tentazione di essere eccessivamente didascalici, i dati di analisi offrono comunque un buon complemento a quelli “sul campo”.
Un obiettivo come questo si acquista soprattutto per un motivo: versatilità. Ed in genere, all’utente, interessano principalmente tre cose: qualità dell’immagine alle focali più comuni, velocità dell’AF ed efficacia reale del sistema di stabilizzazione. E’ da vedere quanto questi tre aspetti sacrificano nei confronti della suddetta flessibilità. Per avere un’idea della versatilità di questo zoom, nell’immagine sottostante due scatti, il primo alla focale minima di 18 millimetri ed il secondo a quella massima di 270mm; tutto a destra, il crop 100% dello scatto a 270mm/f6,3 per rendere l’idea del dettaglio catturato dall’ottica.
Stabilizzazione VC. Ed iniziamo subito dalla stabilizzazione ottica di ultima generazione, che Tamron definisce VC e che abbiamo documentato tecnicamente nella prima parte: di seguito uno scatto effettuato a 270mm, F6,3 con un tempo di 1/10mo di secondo a mano libera, per vedere come si comporta l’obiettivo in una situazione che definirei più “assurda” che estrema. Ma tant’è, qui dobbiamo vedere i limiti del sistema ed il risultato può essere anche sorprendente.
Quanto ad efficacia, il sistema VC del 18-270 se la cava niente male. Generalmente, con tempi di posa e lunghezze focali di questo genere, si usano treppiedi, MLU (blocco dello specchio) ed un controllo remoto, quindi il problema del mosso/micro-mosso non si porrebbe. Nella pratica reale, poter disporre di un sistema di stabilizzazione efficace si traduce nella possibilità di scattare foto con una buona incisione fino ad 1/40 di secondo, senza troppi patemi d’animo. Molto silenzioso, il sistema VC emette un lievissimo “trrr-trrr” durante il funzionamento che, in condizioni di normale utilizzo, non è praticamente udibile.
AF Piezo Drive. Riporto quanto già anticipato nella prima parte. L’AF oltreché, almeno per quello che mi riguarda, inudibile è molto veloce, sempre in relazione al tipo di obiettivo: provato a 270mm (f6,3), Nikon D5000, su soggetti ad alto contrasto e con punto centrale, passa dal mettere a fuoco dalla distanza minima (mezzo metro) ad infinito all’incirca in un secondo. Riguardo questo ultimo aspetto, considerate che moltissimo dipende anche dalla potenza elaborativa dell’unità AF del corpo macchina. Fate attenzione però che durante le operazioni di AF della fotocamera, le dita della mano sinistra non premano eccessivamente sulla ghiera della messa a fuoco: essendo direttamente collegato ad esso, ciò comporta che il meccanismo possa momentaneamente bloccarsi. Il Tamron non è infatti un obiettivo del tipo full-time manual focus che consente cioè di effettuare l’override del meccanismo di AF in qualsiasi momento.
Test – Light fall-off | Distorsione | MTF50
Il Tamron 18-270/3,5-5,6, lo ripeto, è un tipo di obiettivo tuttofare e per questo è chiaro che debba avere un buon livello di performance su tutto l’arco delle focali a disposizione. Ciò significa che è inutile, oltre che improduttivo, pensare di poterlo paragonare direttamente con vetri a focale fissa, ottimizzati per svolgere quello e solo quel compito.
La vignettatura evidenzia un calo maggiore della luminosità (misurata in F-stop) abbastanaza progressivo e più evidente, come consuetudine, in posizione grandangolare (18mm). Alle altre aperture, non risulta affliggere apprezzabilmente le immagini; inoltre la sua uniformità consente di correggere agevolmente, ove ve ne sia la necessità, questo tipo di aberrazione.
Per la tipologia di obiettivo, la distorsione a botte del 18-270 alla focale grandangolare è accettabile benché pronunciata: si attesta intorno ad un 3,8% ed è caratterizzata da una uniformità che ne rende abbastanza semplice una eventuale correzione in post. Nulla a che vedere con il più problematico effetto moustache di alcuni grandagolari (CY Zeiss 21/2.8 per i “classici”) oppure con distorsioni geometriche complesse (SIGMA AF 8-16mm/f4,5-5,6 ad 8mm, tra i vetri più recenti). Le altre focali accusano una distorsione a cuscino, dall’andamento uniforme, oscillante tra l’1,99 ed il 2,53 percentile.
Il test MTF50 definisce, in parole molto semplici, la capacità di un sistema obiettivo/sensore di risolvere dettaglio. Il 18-270 Tamron migliora sensibilmente rispetto la precedente versione, presentando valori decisamente interessanti ai due estremi, 18 e 270mm, con buone performance a 35mm mentre perde un po’ nella parte centrale delle focali, soprattutto intorno ai 100mm.
CA a 18mm F3,5, click per ingrandire
Aberrazione CA e LoCA. Il Tamron 18-270 presenta una CA (Aberrazione Cromatica) nella norma, più evidente alla focale grandangolare di 18 millimetri ed a tutta apertura (F3,5). Alle altre focali, complice anche la progressiva chiusura del diaframma, il fenomeno è meno evidente.
LoCA a 18mm F3,5, 50mm F5 e 270mm F6,3, click per ingrandire
Il fenomeno dell’aberrazione cromatica longitudinale, LoCA, si presenta nelle aree fuori fuoco e, in alcuni casi, può essere tanto evidente da compromettere la qualità d’immagine: rispetto alla più conosciuta CA, è infatti difficilmente correggibile in post. Personalmente è un tipo di aberrazione che detesto ma ci sono alcuni fotografi per i quali invece non rappresenta un grave problema. Sia come sia, il Tamron 18-270 ne é, in pratica, esente. A tutte le focali (nell’immagine superiore gli estremi e a 50mm), il fenomeno è davvero molto contenuto.
Tamron 18-270 @18mm/F3,5, flare praticamente inesistente
Flare. Quello dei riflessi interni, in specialmodo su ottiche con numerosi elementi, può essere un problema. Per questo, il “rimedio” più semplice è quello di utilizzare sempre il paraluce e di usare accortezza nel caso in cui si scatti ad es. contro-sole. Nonostante la complessità della formula ottica, il 18-270 resiste al fenomeno in modo esemplare.
Conclusioni. Il Tamron AF 18-270mm F3,5/6,3 Di II VC PZD porta con sé numerosi progressi rispetto la precedente generazione. Non migliora solamente sotto il profilo ottico, restituendo un’immagine più incisa e meno penalizzata dai fenomeni di aberrazione più comuni, ma aggiunge un AF veloce e preciso, all’altezza della migliore concorrenza, ed un sistema di stabilizzazione molto efficace. E’ inoltre lo zoom 15x più leggero e compatto sul mercato, alla data di questa recensione, quindi consente un ragguardevole risparmio di spazio e di attrezzatura. I 500 Euro* richiesti sono ampiamente giustificati dal mix di features offerte. A chi è rivolto questo prodotto? Certamente ad un pubblico fatto da persone che valutano praticità e portabilità al primo posto e che non necessitano di una incisione ottica superiore, caratteristica degli obiettivi pro e semi-pro, magari a focale fissa oppure di maggiore libertà nello gestire lo sfuocato attraverso grandi aperture. Come tuttofare insomma, il Tamron AF 18-270mm F3,5/6,3 Di II VC PZD rappresenta un’offerta molto ben bilanciata e difficile da eguagliare.
Si ringrazia Polyphoto Spa per il sample oggetto della recensione.
*Prezzo medio di mercato.



