Logo Nexthardware Nexthardware.com

Username
Password
mercoledì 23 maggio 2012 - ore 01:08
Canale FriendFeed Nexthardware.com Canale Youtube Nexthardware.com Canale Facebook Nexthardware.com Canale Twitter Nexthardware.com
Home > Generale > [ESCLUSIVO] Raccontare la Natura, Parte 1a

[ESCLUSIVO] Raccontare la Natura, Parte 1a

Max in azione con la sua Canon xlh1

Con questo articolo, speriamo il primo di una lunga serie, presentiamo le nostre Learning Series, delle “puntate” dedicate all’introduzione di discipline specifiche, in questo caso quella documentaristica, che richiedono non solo talento ma anche molta preparazione e spaziano dagli aspetti tecnici a quelli on the field, sul campo. Il nostro scopo è infatti, senza salire in cattedra come professori, quello di alimentare un dibattito critico e produttivo perché crediamo che con la diffusione di certe determinate caratteristiche e feature tecnologiche anche nelle cd. “compatte da due soldi“, si possano aprire possibilità creative ed espressive mai immaginate prima d’ora che meritano però un approccio un po’ più “ragionato”. Ovviamente, per questo primo appuntamento, non potevamo farci mancare la partecipazione di un Professionista con la “P” maiuscola, quel Massimiliano Sbrolla, per gli amici MAX, che lavora costantemente in giro per l’Italia e per il mondo per conto del National Geographic e per il quale tra le altre cose sta attualmente curando la serie Live Curious e che ormai qui avete imparato a conoscere bene. Ok, bando alle ciance e buona (attenta) lettura… anzi, “divertimento” perché ricordatevi che questo si trova stando dietro all’obiettivo piuttosto che davanti al PC!

RACCONTARE LA NATURA, di Massimiliano Sbrolla

Cosa c’è di più affascinante delle tante bellezze naturali che ci circondano?
A patto però di saperle vedere e, soprattutto, saperle filmare: cosa che sembra essere alla portata di tutti e invece presuppone una certa arte, un pizzico di talento e molto molto mestiere. Ecco qualche piccolo segreto svelato da …me.

La zoomata è partita da 25 secondi (che nel video sono un’eternità da supplizio universale ndr.) e ancora non ha raggiunto il soggetto finale. Ancora un po’ di attesa e l’obiettivo, tremolante, coglierà il gabbiano mentre si fa la toletta nello stagno. Una ventina di secondi supplementari per immortalare le modalità del gesto e poi via con un’altro lunghissimo piano sequenza.
È soltanto un esempio dei tanti, coraggiosi, disastrosi tentativi di video-appassionati di metter su un documentario. Sequenze interminabili, voci fuori campo che parlano con linguaggio forbito ed eccessivamente scientifico di vita animale e vegetale, musiche soavi al limite della sonnolenza.
Ebbene sì, spesso costruire un reportage naturalistico, seppur casareccio, equivale a produrre qualcosa di maledettamente noioso, privo di ritmo, scarsamente incisivo e per nulla coinvolgente. Eppure, con piccoli accorgimenti e diverse regole da rispettare, si possono evitare gli e(o)rrori commessi dai documentaristi in erba ed ottenere un “prodotto” di livello superiore o quantomeno “guardabile”.

CI VUOLE UN TAGLIO…
Innanzi tutto occorre creare uno stile, un linguaggio personale, evitando di “scimmiottare” i veri professionisti: inutile tentare il grande scoop cercando di scovare una famigliola di orsi che mai vedrete. Meglio concentrarsi su soggetti alla portata di tutti. L’importante è la “storia”, l’efficacia delle immagini, la “fotografia”. Potrebbe sembrarvi un concetto banale ma leggete appresso: gli Inglesi, negli Anni ’80, realizzarono a Roma un documentario magistrale sulla vita dei gatti metropolitani. Una troupe girò per un mese le strade della Capitale scoprendo storie “feline” di guerra e d’amore, immerse nel tran tran della città. Vicende sotto gli occhi di qualunque cittadino, ma che le videocamere (anzi cineprese in pellicola) raccontarono con estrema bellezza.
Se invece vi appassiona di più il documentario sociale o biografico, concentratevi sulla vita del personaggio scelto. Sottoponetelo ad una dettagliata e colorita intervista. Andate con lui nei luoghi cruciali della sua esistenza, riprendetelo mentre lavora, mentre si arrabbia o sorride con gli amici. Saranno poi indispensabili altre testimonianze di parenti e colleghi di lavoro.
Modello magistrale di questo genere è “Quando eravamo re” di Leon Gast, premiato nel 1997 quale miglior documentario: un magnifico ritratto di Muhammad Alì, il pugile americano che negli Anni ’70 incantò gli Stati Uniti ed il Mondo intero con le sue imprese sportive. Il regista si muove con abilità nella vita privata e pubblica di un grande uomo di sport, riesce a catturare particolari inediti e a raccontarli con sorprendente semplicità. Il documentario che, personalmente, mi ha “sconvolto” dal punto di vista professionale. Ma torniamo in natura!

QUANTO E’ DURA LA NATURA…
Se ci si vuol dedicare alla natura sarà necessario, prima ancora di adoperare la videocamera, un attento lavoro di documentazione.
Il luogo prescelto va conosciuto con dovizia di particolari: libri, ritagli di giornale e internet sono strumenti fondamentali per la ricerca storica e ambientale. Gli Enti Locali e le Associazioni che eventualmente gestiscono l’area, gli ambientalisti, gli abitanti sono altre preziose fonti da consultare. Per avere risultati che gratifichino dell’impegno profuso e diano un senso ai soldi spesi, evitare sempre la superficialità e l’improvvisazione. Ad esempio è assurdo sperare di riprendere il volo di un airone rosso  a dicembre in risaia. Partendo dal presupposto che gli animali si muovono in base ad una loro programmazione interna, non lasciando, cioè, spazio al caso, il loro codice comportamentale è stato analizzato e schematizzato dall’etologia.
Informazioni sulle abitudini degli animali si possono trarre dall’osservazione diretta: un qualsiasi uccello appollaiato su un ramo, un filo o un palo, se è disturbato dalla presenza di un obiettivo, evacua un attimo prima di spiccare il volo. Da quel momento in poi ci sono pochi secondi per tentare di filmarlo. I limicoli, invece, se disturbati mentre sono alla pastura, e se il luogo è per loro di notevole importanza, dopo una serie di voli, verranno di nuovo a posarsi dov’erano. Se ci si mimetizza bene, si avrà la possibilità di averli a tiro. Cavalieri d’Italia ed avocette mettono in atto un cerimoniale che precede l’accoppiamento: la femmina irrigidisce il corpo in posizione orizzontale, il maschio al suo fianco agita il becco verso il basso e, dopo 2 o 3 minuti di tale “esibizione”, le balza sulla schiena ed ha inizio un brevissimo rapporto (15-20 secondi) che troverà preparato il documentarista se saprà interpretare correttamente i segnali premonitori (e quindi leggere in anticipo la scena ndr.). Le marmotte, estremamente curiose, dopo una precipitosa fuga, si riaffacceranno almeno una volta dalla tana per osservare lo strano intruso. Il corvo imperiale, se si vede preso di mira in volo, anche da un obiettivo o da un binocolo, tende a portarsi contro sole per abbagliare il potenziale nemico. Insomma, documentatevi scientificamente su luoghi e soggetti da riprendere.

OGNI LUOGO, IL SUO LOOK
Ad ogni uscita, l’abbigliamento va scelto con cura a seconda del posto: la regola universale, buona per qualunque tipo di escursione, è che deve essere mimetico e intonarsi ai colori dell’ambiente. Dotarsi anche di massicce dosi di pazienza: non scoraggiarsi se i primi appostamenti vanno a vuoto. A volte è sufficiente accovacciarsi dietro ad un cespuglio, altre invece risulta indispensabile costruirsi una tenda di telo mimetico o un capanno di canne e frasche. Alcuni animali si allontanano al minimo oggetto nuovo presente nel loro habitat, altri invece rimangono indifferenti, in ogni caso non si devono lasciare intorno alla posta tracce evidenti di sé. L’uomo ha un odore caratteristico, addirittura fastidioso per molti animali. Sul tema dell’appostamento c’è da imparare molto dai cacciatori.
Una cosa è certa: seguire la vita degli animali è impresa per pochi. Una coppia di documentaristi italiani, l’anno scorso, si trovava in Tanzania per realizzare un reportage sui coccodrilli: per ottenere 50 minuti di filmato i due hanno impiegato un anno, con otto mesi di sopralluoghi e quattro di riprese. Sono dunque rimasti fuori dal mondo per diverso tempo, in una tenda, in mezzo alla savana con tutto quello che questo gli ha comportato anche in termini di disagio.
Quando si filmano gli animali in natura difficilmente si riesce a “catturarli” nel posto dove si vorrebbe. Magari si avvicinano e poi fuggono improvvisamente, nello stesso momento in cui sembravano a portata di inquadratura. Uno dei trucchi di vari documentaristi è quello di tenere la videocamera sempre pronta; non appena vedono qualcosa iniziano subito a registrare, senza pensare all’inquadratura o alla messa a fuoco. Le prime frazioni di secondo non saranno perfette ma in questo modo si riescono a fare riprese davvero singolari.
Il “set” giusto. Quando si può prevedere con esattezza dove si verrà a trovare l’animale, è possibile predisporre una sorta di “trappola cinematografica”, un metodo usato, solitamente, per riprendere soggetti che entrano ed escono dalle tane o dai nidi. Nelle immediate vicinanze si dispone la telecamera, con un diaframma che consenta una ragionevole profondità di campo, si maschera l’attrezzatura e si adopera il telecomando. La trappola deve essere sistemata in modo che l’animale non si spaventi né quando gira nei dintorni né quando l’apparecchiatura entra in funzione. Annullare, quindi, dal menu “funzioni della camera” ogni “bip” o luce: detta così sembra un’altra considerazione banale ma, vi assicuro, non lo è affatto.

UN PO’ DI FICTION NON GUASTA … In fase di ripresa, la stessa “scena” va girata in diverse fasi: con una panoramica verso destra, una verso sinistra e una zoomata (se proprio non potete farne a meno).
Fondamentali sono le fisse in testa e in coda per ogni inquadratura (almeno 10 secondi). Quando si andrà in montaggio si potrà utilizzare la scena adatta, a seconda delle esigenze. Per le immagini fisse cercare di catturare elementi che diano movimento all’inquadratura (un albero dondolato dal vento, un insetto cullato da un fiore), mentre le panoramiche vanno girate a diverse velocità.
Per evitare di avere filmati dispersivi occorre limitare al massimo l’inquadratura fino ad escludere tutto quanto non sia veramente essenziale. A volte serve il contrario. Quando per esempio, si intende enfatizzare l’orizzonte di una pianura, l’uso di un grandangolo si rende indispensabile. Questi sono principi che ritrovate anche nella fotografia statica e sapete bene che quanto più si è maestri in quest’arte tanto più i risultati sono soddisfacenti e, a volte, sorprendenti e spettacolari.

Filmare un ambiente naturale su cui non è possibile intervenire, vuol dire scegliere.
Nel paesaggio, le situazioni di forte contrasto, che possono provocare problemi di esposizione, non vanno sottovalutate: un primo piano, poco importante ma scuro può portare a sovraesporre il cielo, così come una piccola zona luminosa di cielo o di acqua può facilmente comportare la sottoesposizione di prati o boschi. Se la zona di luminosità anomala è piccola e di scarsa importanza si può prendere in considerazione la possibilità di trascurarla, esponendo per la luminosità prevalente nel resto dell’inquadratura.
Documentare un ambiente non vuol dire riprendere tutti i panorami, gli alberi, i fiori e gli animali che vi si trovano nelle singole stagioni (non siete “catalogatori” ma documentaristi e quindi “interpreti della Natura” ndr.); bisogna invece capire cosa lo contraddistingue, scoprire in quale periodo dell’anno quegli aspetti caratteristici sono evidenti e, infine, scegliere il tipo di immagini che riescono a descrivere in maniera completa il risultato della ricerca. Talvolta è utile riuscire a costruire qualche scenettta: un po’ di fiction non guasta. Il volo di un rapace, ripreso in circostanze diverse, potrebbe essere “insertato” sull’immagine del gregge di pecore che si sposta velocemente, quasi fosse spaventato dalla minaccia che giunge dal cielo.
L’ultima fase riguarda il montaggio. Il ritmo, anche nel documentario, è fondamentale: mai lasciare interviste logorroiche, inserire sempre i rumori dell’ambiente (quindi silenzio assoluto ad ogni ciak). Se non si è soddisfatti dell’audio, si può avere un piccolo aiuto dagli effetti pre-registrati (in commercio esistono CD con i suoni della natura). O magari dedicare una sessione di lavoro a raccogliere i suoni dei diversi ambienti che si sono visitati (magari con l’utilissimo ZOOM H4N). Le dissolvenze vanno ben dosate e usate in particolare quando si cambiano argomento e luogo.

 

A presto per la Seconda Parte, applicazioni pratiche!

 

Chi è Massimiliano Sbrolla [web. ZooFactory.it].
Massimiliano Sbrolla ha iniziato come giornalista per la carta stampata. All’inizio degli anni 90, entrando nel mondo della TV, ha realizzato videoreportage, con le prime video HI8, per TV locali e per Rai Due. Si afferma come documentarista realizzando reportage naturalistici per la trasmissione GEO&GEO di Rai Tre. Regista-Producer per Studio Universal, all’inizio degli anni 2000, partecipa alla nascita del Gruppo FOX Tv Italia e diventa collaboratore di National Geographic Channel, relizzando spot e documentari. Ancora oggi continua a viaggiare nella natura per raccontare le bellezze del nostro pianeta, sempre accompagnato dalla sua piccola famiglia: la compagna Carlotta e il figlioletto Andrea (senza dimenticarsi mai del fidato LAND ROVER, ndr.).

RACCONTARE LA NATURA

 

Cosa c’è di più affascinante delle tante bellezze naturali che ci circondano?

A patto però di saperle vedere e, soprattutto, saperle filmare: cosa che sembra essere alla portata di tutti e invece presuppone una certa arte, un pizzico di talento e molto molto mestiere. Ecco qualche piccolo segreto svelato da Massimiliano Scrolla.

 

 

La zoomata è partita da 25 secondi (!!) e ancora non ha raggiunto il soggetto finale. Ancora un po’ di attesa e l’obiettivo tremolante coglierà il gabbiano mentre si fa la toletta nello stagno. Una ventina di secondi supplementari per immortalare le modalità del gesto e poi via con un’altro lunghissimo piano sequenza.

È soltanto un esempio dei tanti, coraggiosi, disastrosi tentativi di video-appassionati di metter sù un documentario. Sequenze interminabili, voci fuori campo che parlano con linguaggio forbito ed eccessivamente scientifico di vita animale e vegetale, musiche soavi al limite della sonnolenza.

Ebbene sì, spesso costruire un reportage naturalistico, seppur casareccio, equivale a produrre qualcosa di maledettamente noioso, privo di ritmo, scarsamente incisivo, per nulla coinvolgente. Eppure, con piccoli accorgimenti e diverse regole da rispettare si possono evitare gli errori commessi dai documentaristi in erba.

 

CI VUOLE UN TAGLIO …

Innanzi tutto occorre creare uno stile, un linguaggio personale, evitando di “scimmiottare” i veri professionisti: inutile tentare il grande scoop cercando di scovare una famigliola di orsi che mai vedrete. Meglio concentrarsi su soggetti alla portata di tutti. L’importante è la “storia”, l’efficacia delle immagini, la “fotografia”. Per dirne una: gli inglesi negli Anni 80 realizzarono a Roma un documentario magistrale sulla vita dei gatti metropolitani. Una troupe girò per un mese le strade della Capitale scoprendo storie “feline” di guerra e d’amore, immerse nel tran tran della città. Vicende sotto gli occhi di qualunque cittadino, ma che le videocamere (anzi cineprese in pellicola) raccontarono con estrema bellezza.

Se invece vi appassiona di più il documentario sociale o biografico, concentratevi sulla vita del personaggio scelto. Sottoponetelo ad una dettagliata e colorita intervista. Andate con lui nei luoghi cruciali della sua esistenza, riprendetelo mentre lavora, mentre si arrabbia o sorride con gli amici. Saranno poi indispensabili altre testimonianze di parenti, e colleghi di lavoro.

Modello magistrale di questo genere è “Quando eravamo re” di Leon Gast, premiato nel 1997 quale miglior documentario: un magnifico ritratto di Muhammad Alì, il pugile americano che negli Anni 70 incantò gli Stati Uniti con le sue imprese sportive. Il regista si muove con abilità nella vita privata e pubblica di un grande uomo di sport, riesce a catturare particolari inediti e a raccontarli con sorprendente semplicità. Il documentario che, personalmente, mi ha “sconvolto” dal punto di vista professionale. Ma torniamo in natura!

 

QUANTO E’ DURA LA NATURA …

Se ci si vuol dedicare alla natura sarà necessario, prima ancora di adoperare la videocamera, un attento lavoro di documentazione.

Il luogo prescelto va conosciuto con dovizia di particolari: libri, ritagli di giornale e internet sono strumenti fondamentali per la ricerca storica e ambientale. Gli enti locali e le associazioni che eventualmente gestiscono l’area, gli ambientalisti, gli abitanti sono altre preziose fonti da consultare. Per avere risultati che gratifichino dell’impegno profuso e diano un senso ai soldi spesi, evitare sempre la superficialità e l’improvvisazione. Ad esempio è assurdo sperare di riprendere il volo di un airone rosso a dicembre in risaia. Partendo dal presupposto che gli animali si muovono in base ad una loro programmazione interna, non lasciando, cioè, spazio al caso, il loro codice comportamentale è stato analizzato e schematizzato dall’etologia.

Informazioni sulle abitudini degli animali si possono trarre dall’osservazione diretta: un qualsiasi uccello appollaiato su un ramo, un filo, o un palo, se è disturbato dalla presenza di un obiettivo, evacua un attimo prima di spiccare il volo. Da quel momento in poi ci sono pochi secondi per tentare di filmarlo. I limicoli, invece, se disturbati mentre sono alla pastura, e se il luogo è per loro di notevole importanza, dopo una serie di voli, verranno di nuovo a posarsi dov’erano. Se ci si mimetizza bene, si avrà la possibilità di averli a tiro. Cavalieri d’Italia ed avocette mettono in atto un cerimoniale che precede l’accoppiamento: la femmina irrigidisce il corpo in posizione orizzontale, il maschio al suo fianco agita il becco verso il basso e, dopo 2 o 3 minuti di tale “esibizione”, le balza sulla schiena ed ha inizio un brevissimo rapporto ( 15-20 secondi) che troverà preparato il documentarista se saprà interpretare correttamente i segnali premonitori. Le marmotte, estremamente curiose, dopo una precipitosa fuga, si riaffacceranno almeno una volta dalla tana per osservare lo strano intruso. Il corvo imperiale, se si vede preso di mira in volo, anche da un obiettivo o da un binocolo, tende a portarsi contro sole per abbagliare il potenziale nemico.

OGNI LUOGO, IL SUO LOOK

Ad ogni uscita, l’abbigliamento va scelto con cura a seconda del posto: la regola universale, buona per qualunque tipo di escursione, è che deve essere mimetico e intonarsi ai colori dell’ambiente. Dotarsi anche di massicce dosi di pazienza: non scoraggiarsi se i primi appostamenti vanno a vuoto. A volte è sufficiente accovacciarsi dietro ad un cespuglio, altre risulta indispensabile costruirsi una tenda di telo mimetico o un capanno di canne e frasche. Alcuni animali si allontanano al minimo oggetto nuovo presente nel loro habitat, altri invece rimangono indifferenti, in ogni caso non si devono lasciare intorno alla posta tracce evidenti di sé. L’uomo ha un odore caratteristico, addirittura fastidioso per molti animali. Sul tema dell’appostamento c’è da imparare molto dai cacciatori.

Una cosa è certa: seguire la vita degli animali è impresa per pochi. Una coppia di documentaristi italiani, l’anno scorso, si trovava in Tanzania per realizzare un reportage sui coccodrilli: per ottenere 50 minuti di filmato i due hanno impiegato un anno, con otto mesi di sopralluoghi e quattro di riprese. Sono dunque rimasti fuori dal mondo per diverso tempo, in una tenda, in mezzo alla savana.

Quando si filmano gli animali in natura difficilmente si riesce a “catturarli” nel posto dove si vorrebbe. Magari si avvicinano e poi fuggono improvvisamente, nello stesso momento in cui sembravano a portata di inquadratura. Uno dei trucchi di vari documentaristi è quello di tenere la videocamera sempre pronta; non appena vedono qualcosa iniziano subito a registrare, senza pensare all’inquadratura o alla messa a fuoco. Le prime frazioni di secondo non saranno perfette, ma in questo modo si riescono a fare riprese davvero singolari.

Quando si può prevedere con esattezza dove si verrà a trovare l’animale, è possibile predisporre una sorta di “trappola cinematografica”, un metodo usato, solitamente, per riprendere soggetti che entrano ed escono dalle tane o dai nidi. Nelle immediate vicinanze si dispone la telecamera, con un diaframma che consenta una ragionevole profondità di campo, si maschera l’attrezzatura e si adopera il telecomando. La trappola deve essere sistemata in modo che l’animale non si spaventi né quando gira nei dintorni, né quando l’apparecchiatura entra in funzione. Annullare, quindi, dal menu “funzioni della camera” ogni “bip” o luce.

UN PO’ DI FICTION NON GUASTA … In fase di ripresa, la stessa “scena” va girata in diverse fasi: con una panoramica verso destra, una verso sinistra e una zoomata (se proprio non potete fare a meno).

Fondamentali sono le fisse in testa e in coda per ogni inquadratura (almeno 10 secondi). Quando si andrà in montaggio si potrà utilizzare la scena adatta, a seconda delle esigenze. Per le immagini fisse cercare di catturare elementi che diano movimento all’inquadratura (un albero dondolato dal vento, un fiore cullato da un insetto), mentre le panoramiche vanno girate a diverse velocità.

Per evitare di avere filmati dispersivi occorre limitare al massimo l’inquadratura fino ad escludere tutto quanto non sia veramente essenziale. A volte serve il contrario. Quando per esempio, si intende enfatizzare l’orizzonte di una pianura, l’uso di un grandangolo si rende indispensabile.

Filmare un ambiente naturale su cui non è possibile intervenire, vuol dire scegliere.

Nel paesaggio, le situazioni di forte contrasto, che possono provocare problemi di esposizione, non vanno sottovalutate: un primo piano, poco importante, ma scuro può portare a sovraesporre il cielo, così come una piccola zona luminosa di cielo o di acqua può facilmente comportare la sottoesposizione di prati o boschi. Se la zona di luminosità anomala è piccola e di scarsa importanza si può prendere in considerazione la possibilità di trascurarla, esponendo per la luminosità prevalente nel resto dell’inquadratura.

Documentare un ambiente non vuol dire riprendere tutti i panorami, gli alberi, i fiori e gli animali che vi si trovano nelle singole stagioni, bisogna invece capire cosa lo contraddistingue, scoprire in quale periodo dell’anno quegli aspetti caratteristici sono evidenti e, infine, scegliere il tipo di immagini che riescono a descrivere in maniera completa il risultato della ricerca. Talvolta è utile riuscire a costruire qualche scenettta: un po’ di fiction non guasta. Il volo di un rapace, ripreso in circostanze diverse, potrebbe essere insertato sull’immagine del gregge di pecore che si sposta velocemente, quasi fosse spaventato dalla minaccia che giunge dal cielo.

L’ultima fase riguarda il montaggio. Il ritmo, anche nel documentario, è fondamentale: mai lasciare interviste logorroiche, inserire sempre i rumori dell’ambiente (quindi silenzio assoluto ad ogni ciak). Se non si è soddisfatti dell’audio si può avere un piccolo aiuto dagli effetti pre-registrati (in commercio esistono cd con i suoni della natura). O magari dedicare una sessione di lavoro a raccogliere i suoni dei diversi ambienti che si sono visitati (magari con l’utilissimo ZOOM H4N). Le dissolvenze vanno ben dosate, e usate in particolare quando si cambia argomento e luogo.

 

ADESSO ALLA PROVA! Un primo esperimento sul campo potrebbe essere un documentario sul vostro paesino d’origine o il vostro quartiere. Un simile impegno abbraccia diverse tematiche: la vita delle persone, la storia di un borgo, la natura che lo circonda. Sguinzagliate gli amici a cercare notizie, rintracciate gli anziani saggi (che parlino rigorosamente in dialetto), andate nella biblioteca comunale a scovare informazioni. Al sindaco farà certamente piacere mettervi a disposizione l’assessorato alla Cultura. Chissà il blu Ray finale potrebbe anche essere donato all’amministrazione comunale ad uso promozionale…e voi vi fareste conoscere in qualità di documentaristi. In fondo io ho iniziato così!

Le strade, gli edifici, il centro storico vanno visti in modo nuovo e diverso. Ricostruite il tempo che fù con vecchie foto: bussate alla porta dei vicini, dei parenti e chiedete loro di mettervi a disposizione i vecchi album di famiglia. Qualcuno avrà un’immagine di 50 anni fa di una piazza o altro, anche testimonianze più recenti, ma comunque interessanti; il massimo sarebbe poter racimolare qualche vecchio filmino super8. Trasferendo tutto con un telecinema casalingo si potranno ottenere immagini inedite per molti compaesani. Se avete qualche conoscente con la passione del volo fatevi portare tra le nuvole, altrimenti rimediate diversamente: le riprese dall’alto sono sempre ad effetto. Non è necessario noleggiare un elicottero con pochi euro si può effettuare un giro su un ultraleggero aperto, e i 10 secondi dall ‘alto per il documentario saranno assicurati con una piccola spesa.

Ciascun paese ha la sua corte di personaggi strampalati: intervistateli, ma senza puntargli troppo la camera addosso. Se invece sono disponibili, state con loro qualche ora e documentate il più possibile. I nonni rappresentano un’altra fonte inesauribile: davanti ai loro nipoti sarebbero disposti a raccontare i tratti nascosti del passato. Gli intervistati non devono guardare in camera, meglio defilati, con alle spalle, un elemento caratteristico. I luoghi descritti vanno poi filmati in un secondo tempo, per vedere come sono effettivamente cambiati.

Importante è anche “l’angolo del tramonto”. C’è un periodo speciale dell’anno in cui, ad una determinata ora, il sole cala alle spalle del paese: con un po’ di pazienza e qualche giorno di appostamento si potrà riprendere la palla infuocata che scende dietro il borgo.

È d’obbligo la partecipazione alla festa patronale: balli, tradizioni, costumi, sono fondamentali nel contesto del lavoro. Il “dietro le quinte” delle celebrazioni (la preparazione di carri allegorici, la vestizione, …) darà colore. Per avere una colonna sonora adatta all’intera sequenza della festa, sarà sufficiente registrare l’audio di una musica eseguita dalla banda, senza interruzioni.

L’inizio del video è fondamentale: una bella canzone locale insertata su una foto antica o su un volto particolare cattureranno l’attenzione fin dai primi fotogrammi.

L’ultimo accorgimento riguarda la lunghezza dell’opera: non oltre i 10-15 minuti composte da brevi sequenze. Ma su questi aspetti ritorneremo con maggiore dettagli ed esempi pratici.

 

BOX

LE REGOLE D’ORO

Alimentazione a rete – quando si va all’estero informarsi del tipo di alimentazione della rete. I caricabatterie recenti, in genere, funzionano da 100 a 240 volts; in caso di necessità si dovrà acquistare un trasformatore. Attenzione alla spina: esistono dei kit universali che offrono soluzioni per tutti i Paesi del mondo.

Archivio – anche le riprese dalle quali vorremmo prendere le distanze, quelle ritenute indegne, potranno un giorno servire. Quindi archiviare sempre e tutto. Le cassette vanno numerate e guardate con attenzione. Con un database va segnata nel computer ogni sequenza ( un tramonto, un cavallo che nitrisce, una signora che cade, etc.). Lasciare i master lontani da fonti di calore, con indicazione dei contenuti anche sulle custodie. Oggi con il crollo dei costi degli hard disk consiglio di digitalizzare tutti gli eventuali archivi su nastro. E di conservare sempre tutto in dopia copia.

Batterie – caricare le batterie – in numero notevole – al massimo il giorno antecedente l’escursione. Se si effettuano brevi riprese durante il cammino è meglio usare la camera in stand by. Spegnerla ed accenderla in continuazione, oltre a non farle bene, comporta un consumo superiore di energia. È ovvio che ogni volta vanno ricontrollati i parametri impostati (bianco, otturatore e diaframma). Può essere utile per le emergenze un caricabatterie da auto e magari anche uno ad energia solare.

Bianco – il bilanciamento del bianco va sempre fatto in manuale, con un foglio di carta o altro, per la giusta taratura. Alcuni documentaristi sostengono, però, il contrario. In effetti, la taratura del bianco, quando si vogliono ritrarre sfumature delicate del cielo, non consente di ottenere risultati sperati. Meglio, in questi casi, lasciare i preset della camera per la luce solare o gli interni.

Borsa – la borsa va scelta con estrema cura. Occorre acquistare, senza badare al prezzo, un modello robusto, resistente all’acqua e sicuro, in base alle dimensioni della videocamera o della videoreflex. Il corpo macchina, una volta collocato all’interno, non deve oscillare, ma restare ben saldo. Interessanti i modelli da indossare sia a tracolla, che a zaino: quest’ultima posizione consente di avere le mani libere e garantisce il trasporto anche di un cavalletto. Una seconda custodia (una sorta di cappottino in plastica trasparente o in altro materiale impermeabile) è necessaria per l’uso della camera in condizioni delicate (pioggia, neve, ecc.). quando ci si addentra in un bosco la borsa va tenuta vicino al corpo, magari accostata alla pancia, per evitare di rimanere incastrati tra le sterpaglie.

Cavalletto – il cavalletto è composta da due parti: la testa (che ha un limite massimo di peso che può sopportare) e il sostegno vero e proprio (monopiede o treppiede). La testa deve avere un movimento fluido, con almeno due frizioni per ben regolare la velocità delle panoramiche ed una angolazione che permetta dei movimenti in verticale a 180°. Il treppiede ideale deve dare la possibilità di effettuare riprese quasi rasoterra e ad un’altezza di quasi due metri. Portarsi sempre dietro una moneta o un piccolo cacciavite per stringere la presa. In montagna vanno sempre tolti i gommini del treppiede, il quale va piazzato con forza nel terreno. Anche se si ha a disposizione una bolla, l’equilibratura va fatta tenendo l’orizzonte come riferimento. La basetta di attacco sotto la camera non va mai tolta: è triste accorgersi di averla dimenticata a casa dopo aver percorso 200 km per riprendere una vallata. La custodia del cavalletto deve essere facilmente apribile e trasportabile, sia a mano che a tracolla.

In viaggio – quando ci si sposta in auto, incastrare tra bagagli morbidi il borsone con la videocamera. Nell’abitacolo la macchina va, invece, poggiata in terra piuttosto che sul sedile posteriore: una frenata improvvisa potrebbe farla cadere. Aereo: il cavalletto va spedito ben imbottito (per esempio, avvolto nella plastica a bolle d’aria), mentre la camera va ovviamente portata come bagaglio a mano.

Mappe e cartine – è consigliabile spostarsi con appunti, cartine e mappe. Se si va a caccia di uccelli particolari o altri animali, portarsi qualche disegno o foto del soggetto ricercato: non si farà confusione con altri esemplari.

Paraluce – quando il sole si trova di fronte all’obiettivo, il paraluce riduce la luce dispersa dentro all’obiettivo. L’apertura di questo accessorio deve essere proporzionata all’angolo di campo dell’obiettivo: troppo aperto non serve a nulla, troppo stretto provoca vignettature. Per i grandangoli il paraluce ideale ha forma rettangolare. Anche se il cielo è coperto, il paraluce è utile per proteggere l’obiettivo dai colpi, per non parlare della pioggia …

Pulizia – la pezzetta per pulire l’obiettivo – non una qualsiasi, ma una studiata ad hoc – deve stare sempre in borsa. Mettere al bando liquidi spray o altre diavolerie del genere: basta l’alito, dunque non mangiate pesante …

Riprese – lavorare in manuale comporta notevoli vantaggi; per esempio si può inquadrare e metter a fuoco per tentativi, tenendo presente che la messa a fuoco altera notevolmente le dimensioni del campo inquadrato. Per fare in fretta bisogna allenarsi a compiere quest’operazione: è ben fare delle prove a vuoto, senza girare. Un’ottima palestra è rappresentata dal volo di un uccello. Anticiparlo nei volteggi e tenerlo sempre al centro dell’inquadratura sarà un valido esercizio. Se fare il fuoco durante un movimento di camera risulta un’operazione difficile, aiutarsi con un pezzettino di nastro messo sull’obiettivo proprio nel punto dove, girata la ghiera, si ottiene il fuoco per quel determinato movimento (ovviamente, in questo caso, il soggetto da filmare deve essere fermo). Ogni movimento va provato prima di premere il tasto Rec, e bisogna guardare sempre dentro la camera quando si effettua una panoramica. Quando si rivede una sequenza appena girata, ricordarsi di rimettere sul punto giusto la cassetta, onde evitare drammatici salti di time code (ma spero che oramai vi siate tutti dotati di apparecchiature digitali dell’ultima generazione che registrano su scheda).

Spostamenti in esterni – non lasciate la camera incustodita sul cavalletto: basta una folata di vento per gettarla a terra. Se si staziona sotto un albero controllare che non vi siano pigne “pericolanti” o rami spezzati. Se ci si sposta per brevi tratti, trasportare il camcorder col cavalletto , afferrando il treppiede con le mani e adagiando la camera sulla spalla; nel caso di una malaugurata scivolata la creatura sarà protetta dal corpo. Quando non si riprende, usare sempre il tappo per proteggere l’obiettivo e mettere sempre la macchina nella borsa.

 

Massimiliano Sbrolla

 

 

Emanuele Chiocchio - MAN Generale  , , , , , , , , ,


  1. Francesco
    | #1

    Bravo!

  2. | #2

    Max mi conosce e sa quanto critico io sia. :-)
    Ovviamente non sono per niente d’accordo sull’ultima parte, quando parli del suono, che è una disciplina a parte ed aggiuntiva al film documentaristico, ma che ci vuoi fare, sono fatto così…
    Archivi sonori commerciali funzionano fino a un certo punto e i meno ingenui riescono pure a cogliere quando i suoni d’archivio sono utilizzati e dire quali CD e tracce sono utilizzate.

    L’uso del H4N anche lì è troppo semplicistico. E’ una macchina che ho nel mio arsenale e che sto sciogliendo per quanto la uso (non me lo sarei mai aspettato onestamente), ma pure per quella ci vuole un approccio ben definito per portare a casa ottimi risultati…

    Consiglierei a qualsiasi persona che si cimenti nella narrativa documentaristica di trovare la sua “metà” sonora, che fa la differenza sotto molti punti di vista: qualitativo dal punto di vista tecnico e finale del prodotto; narrativo, dopo aver speso assieme giorni discutendo delle avventure appena passate, inoltre sono anche braccia in più durante la lavorazione…
    Gli inglesi lo sanno e si vede nei oro documentari.

    I miei due centesimi.

  3. max
    | #3

    Assolutamente d’accordo con Emanuele. in italia, purtroppo, questo è un aspetto a dir poco trascurato. Non è un caso che i nostri prodotti all’estero hanno poco mercato e che lo stesso Emanuele abbia deciso di andare a vivere e lavorare in Inghilterra…ma c’è un ma…l’articolo ha l’ambizione di aiutare coloro che si cimentano per la prima volta nel racconto documentaristico. Con pochi mezzi e tanta fantasia (come del resto ho iniziato io 20 anni fa). Nel mondo ideale il massimo sarebbe essere seguiti per qualunque lavoro da un Emanuele Costantini che ti cura la parte audio come pochi. E infatti da quando se ne è andato dall’Italia le mie produzioni non “suonano” più come una volta!!!

  4. Kam
    Kam
    | #4

    Non sono in gradi di parlare di tecnica come voi, ma posso dire la mia sugli appostamenti.

    In questo paese le condizioni delle varie oasi disseminate per il territorio sono disastrose, ma quel che è peggio, la maggior parte delle aree dove è possibili riprendere o fotografare animali liberi sono frequentate malissimo.

    Da ormai ex appassionato di fotografia naturalistica, posso asserire senza alcun tema di smentita che la maggior parte dei fotografi e birdwatcher (che si considerano una categoria superiore, ma che annoverano al loro interno dei veri “animali”) tengono comportamenti presso le aree interessate veramente indecenti.

    I fotografi improvvisati si appostano ovunque senza alcun rispetto per gli animali, persino durante la nidificazione di specie “rare” per questo paese, i birdwatcher, che ripeto pensano di essere una categoria superiore, si mettono invece spesso in bella vista, parlano ad alta voce, arrivano in 3 o 4 e scendono dalla macchina con i loro binocoli magari a 10 metri dai luoghi dove si trovano gli animali.

    Il risultato di tutto questo è che in questo paese non solo non si può lavorare, riallacciandomi ai vostri discorsi, ma non si ha nemmeno la possibilità di poter fotografare con tranquillità per colpa dell’inciviltà altrui.

    Questo poi particolarmente nel Lazio, regioni come la Toscana per esempio, posseggono aree veramente interessanti, dove la presenza degli animali non viene disturbata dall’inciviltà dell’uomo.

    Ultimamente, nelle aree laziali più conosciute, è diventato veramente difficile avere animali a portata di lente, ormai si tengono a distanza dagli urli, le risate e gli strepiti dei cafoni.

    Se solo sapessero che non siamo tutti così, ma non sono loro a dover imparare la nostra lingua o i nostri usi, siamo noi che dobbiamo rispettarli.

    Scusami lo sfogo massimiliano, ti faccio i miei più sinceri complimenti per l’articolo di cui attendo un pronto seguito!

  5. MAN
  1. | #1


Logo Nexthardware
nexthardware.com
Testata Giornalistica iscritta al numero 2/2010 del Registro Stampe del Tribunale di Avezzano.
Direttore Responsabile, Giampietro Nonni
© 2002-{year} - CREOInteractive s.a.s. - P.IVA 01576070666 - All rights reserved
Logo sito CREO Interactive